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Always ready, never really at rest : Il costo invisibile dell’iperattivazione nei contesti di servizio


di Martina Veneziano


Ci sono ruoli in cui la prontezza non è solo una competenza, ma una condizione mentale costante.

Ruoli in cui osservare, anticipare, decidere e intervenire non rappresentano un’eccezione, ma una modalità abituale di funzionamento.

Nel contesto militare, questa disposizione assume un significato ancora più profondo. Il militare, infatti, non incarna soltanto una funzione operativa, ma un ruolo di servizio che si inserisce all’interno della società come presidio di responsabilità, protezione e continuità istituzionale. La sua presenza non si esaurisce nell’azione, ma si colloca in un equilibrio delicato tra efficienza, affidabilità, disciplina e tenuta.

Proprio per questo motivo, riflettere sul benessere psicologico di chi opera in questi contesti non significa soffermarsi esclusivamente sull’individuo, ma interrogarsi anche sulla qualità umana e mentale con cui un compito così complesso viene sostenuto nel tempo.

Quando l’allerta diventa adattamento

Chi opera a lungo in ambienti caratterizzati da imprevedibilità, rischio e alta richiesta prestazionale sviluppa spesso una notevole capacità di controllo, monitoraggio e regolazione delle proprie risposte.

Si tratta di competenze preziose, spesso indispensabili, che permettono di mantenere lucidità e presenza anche in situazioni ad alta pressione.

Dal punto di vista delle neuroscienze cognitive, tuttavia, è importante ricordare che il cervello non apprende solo contenuti e strategie, ma anche stati interni. Quando una persona vive a lungo in una condizione di vigilanza e attivazione, il sistema nervoso può progressivamente adattarsi a quel livello di funzionamento, fino a considerarlo una sorta di normalità.

È qui che emerge uno degli aspetti più delicati: l’allerta non resta confinata al momento del compito, ma può estendersi anche oltre, insinuandosi nei tempi di recupero, nella vita privata e nelle relazioni.

In altre parole, la prontezza può trasformarsi lentamente in una modalità interna difficile da disattivare.

Quando il corpo si ferma, ma la mente no

Uno degli elementi più insidiosi di questa condizione è che spesso non appare immediatamente come un problema.

Anzi, può essere facilmente confusa con efficienza, disciplina, autocontrollo o forte senso del dovere.

La persona continua a funzionare.

Continua a svolgere il proprio ruolo, a mantenere presenza, responsabilità e tenuta.

Eppure, sul piano interno, può iniziare a sperimentare una fatica meno visibile ma progressivamente significativa.

Questa condizione può manifestarsi in forme diverse:

  • sonno leggero o non pienamente rigenerativo;

  • tensione interna persistente;

  • irritabilità o ipersensibilità agli stimoli;

  • difficoltà a “staccare” mentalmente;

  • affaticamento cognitivo;

  • ridotta disponibilità emotiva nella vita personale.

Non si tratta necessariamente di fragilità o di un quadro clinico conclamato.

Molto spesso si tratta di un adattamento protratto a un ambiente che richiede costante vigilanza, e che proprio per questo può rendere meno spontaneo il ritorno a una condizione di omeostasi e sicurezza interna.

Il prezzo invisibile della tenuta

Viviamo in una cultura che valorizza la capacità di reggere.

Di restare lucidi. Di non cedere.

Nei contesti di servizio, questa spinta può essere ancora più marcata, perché la tenuta non riguarda soltanto la prestazione individuale, ma anche l’affidabilità percepita del ruolo.

Tuttavia, proprio ciò che viene riconosciuto come forza può talvolta nascondere un costo psicologico silenzioso.

L’iperattivazione continua non consuma soltanto energie.

Consuma anche spazio mentale, possibilità di recupero, disponibilità relazionale e capacità di sperimentare una reale condizione di tregua.

Il rischio, nel lungo periodo, non è solo la stanchezza.

Il rischio è che la persona finisca per abitare una modalità di funzionamento così attivata da non riconoscere più la differenza tra essere pronti e non riuscire più a fermarsi.

Anche le relazioni possono diventare un luogo difficile da abitare

Quando una persona vive a lungo in uno stato di attivazione interna, anche il suo modo di stare con gli altri può cambiare.

Può diventare più difficile rallentare, lasciarsi andare, tollerare la vulnerabilità o sentirsi davvero presenti negli spazi affettivi e familiari.

A volte compare una distanza difficile da nominare; altre volte una chiusura, una maggiore irritabilità o una ridotta disponibilità emotiva.

Non necessariamente per assenza di legame, ma perché una parte del sistema continua a funzionare secondo logiche di controllo, contenimento e monitoraggio, anche quando il contesto non lo richiede più.

E proprio qui emerge un aspetto fondamentale: il benessere psicologico di chi opera in ruoli di servizio non riguarda solo la prestazione, ma anche la possibilità di mantenere un equilibrio umano sostenibile nel tempo.

Prendersi cura della salute psicologica non indebolisce il ruolo: lo sostiene

Esiste ancora, in molti ambienti, l’idea implicita che parlare di salute mentale significhi ammettere una debolezza.

Eppure, una lettura più attuale e matura ci invita a considerare il benessere psicologico non come un elemento accessorio, ma come una componente essenziale della funzionalità e della continuità operativa.

Prendersi cura della propria mente non significa ridurre la propria affidabilità.

Significa proteggerla.

Avere spazi di decompressione, riconoscere il proprio livello di attivazione, legittimare il recupero e la prevenzione rappresenta un passaggio fondamentale per evitare che la prontezza si trasformi in una condizione permanente di sovraccarico.

La vera forza, in molti casi, non consiste soltanto nel restare pronti.

Consiste anche nel poter tornare, quando possibile, a una condizione interna in cui non sia più necessario esserlo.

Una questione che riguarda anche la società

Parlare del costo invisibile dell’iperattivazione nei contesti militari significa, in fondo, porre attenzione a una questione più ampia: il rapporto tra funzione, persona e comunità.

Chi ricopre ruoli di servizio e protezione rappresenta, per la società, un riferimento di stabilità, presenza e responsabilità. Ma nessun ruolo, per quanto forte, può essere pensato come separato dalla dimensione umana di chi lo incarna.

Promuovere una cultura della prevenzione psicologica significa allora non solo tutelare il singolo, ma anche riconoscere il valore di una presenza professionale che possa restare efficace, lucida e sostenibile nel tempo.

Perché il punto non è soltanto saper affrontare la pressione.

A volte, il punto è comprendere cosa accade dentro quando la pressione non è più visibile, ma continua comunque a lasciare traccia.


Dott.ssa Martina Veneziano psicologa con formazione in Neuroscienze Cognitive e Riabilitazione Psicologica .


Per approfondire

  • McEwen BS. Physiology and neurobiology of stress and adaptation: central role of the brain. Physiol Rev. 2007 Jul;87(3):873 - 904. doi: 10.1152/physrev.00041.2006. PMID: 17615391.

  • Porges, S. W. (2011). The polyvagal theory: Neurophysiological foundations of emotions, attachment, communication, and self - regulation. W. W. Norton & Company.

  • van der Kolk, B. A. (2014). The Body Keeps the Score: Brain, Mind, and Body in the Healing of Trauma .

  • Arnsten AF. Stress signalling pathways that impair prefrontal cortex structure and function. Nat Rev Neurosci. 2009 Jun;10(6):410 - 22. doi: 10.1038/nrn2648. PMID: 19455173; PMCID: PMC2907136 .

 
 
 

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